mercoledì 27 febbraio 2013

Critica della critica pura, OVVERO l'arte di consigliare

Ho alcune idee su come e perché parlare d'arte, cioè su come secondo me dovrebbe essere svolto quello che alcuni definiscono addiritura il mestiere del critico.
Giá, cos'é il Critico? Intanto é un ruolo con un brutto nome. La stessa parola nella versione di aggettivo ha un' accezione un po'...critica,... probabilmente è l'aggettivo più usato dai chirurgi! E non è solo il nome, lo stesso ruolo é in sè critico, scomodo, conflittuale. E non è facile da definire. Il grande critico d'arte Argan disse di avere smesso di dipingere e iniziato il mestiere di critico perchè i quadri degli altri gli piacevano più dei propri. Interessante, ma ci dice ancora poco. Cerco di chiarire un po' questo ruolo e anche liberarlo dalla sua carica conflittuale, intanto perché le recensioni sono la gran parte di questo blog nel tentativo condividere una passione difficile da condividere, poi perché in altra parte del blog giuro e spergiuro sul fatto che la letteratura tra tutte le varie droghe umane, é l'unica priva di conflitti e controindicazioni.
Aiutiamoci con la maieutica di Socrate o quella non dissimile di Agatha Christie, i balsami migliori che conosca per sciogliere nodi. Cosa davvero ci é dato sapere o supporre sul ruolo del critico?
Un critico dovrebbe essere, nel caso della letteratura, un lettore professionista. Ma per l'umanista la parola "professionista" è urticante, perché pur essendo un'etichetta tanto sbandierata non ha un senso compiuto (se non quello di rilasciare fattura), soprattutto in campo artistico. Diciamo quindi che il critico che voglia svolgere il suo ruolo dovrebbe essere un lettore esperto, con ogni probabilità accanito, insaziabile. Un super lettore e che trovi anche il tempo di dire qualcosa di suo rispetto a quanto legge.
Cosa sappiamo di un lettore accanito, di un somellier letterario? Beh, che passa un sacco di tempo a leggere, sprofondato in storie, e quindi in un certo modo a non essere, a essere qualcun'altro o qualcos'altro, trovandosi altrove, in altre vite,...sappiamo che mentre sul suo divano potrebbero versarci un calco fedele del suo culo, il suo cervello é abituato a continui viaggi telecinetici. Un po' agente segreto, un po'fantasma, un po' Ninjia. D'altra parte lo abbiamo già scritto: la lettura é la più magica delle arti marziali.
Ma quali esperienze possiamo supporre che acquisisca nei suoi continui viaggi dentro cose, persone e luoghi, altri, diversi, lontani da sè, questo Libronauta o Ninjia, al di là delle cose specifiche che legge?
Filosoficamente parlando è probabile che esso sia particolarmente levigato dalle seguenti nozioni, a cui io stesso mi sento più esposto come inguaribile lettore:
 °  le proprie infinitesimali proporzioni di granello di sabbia nell'universo insieme all'intangibile dignitá di ogni individuo

 °  la diversitá irripetibile degli individui ma anche la loro somiglianza ad archetipi

 °  la rigida consequenzialitá di ogni cosa, ma pure le infinite imprevedibili possibilitá degli eventi

 °  l'affollamento planetario di uomini e parole a scapito del numero di alberi (e ossigeno), pur essendo gli alberi (e l'ossigeno) l'unica cosa di cui certamente gli uomini hanno bisogno per produrre parole.

 °  il ruolo vitale dell'arte, non accessorio ma necessario, per capire la vita, per arricchirla, e per utilizzare in modo amichevole quell'eccesso di energie che l'uomo è condannato a gestire da quel bulimico organo che porta nel cranio

Alla luce di ciò credo che il critico non debba semplicemente riportare le proprie opinioni ma attenersi ad un comportamento un po'più regolato. Così farò:

  ° Dico quel che so, aggiungo quel che immagino e il perchè, ma non sentenzio a vanvera, chiamando Cultura la consapevolezza dell'infinito, ovvero l'idea che per quanto le letture e l'esperienza affinino l'intuito, l'immaginazione e la conoscenza, pure ogni volta che si forma un giudizio a priori la realtà lo smentisce, almeno in parte. Niente è mai davvero come ci aspettiamo, per questo ampliare la conoscenza fa perdere l'abitudine ai giudizi generici, a sbandierare principi invalicabili.
  °  Mi limito a consigliare e non  mi metto a sconsigliare, ho letto troppe cose buone, ho visto troppa bellezza, ho avuto troppa fortuna per perdere tempo a dire ció che non mi é piaciuto per piú di una manciata di sillabe, mi astengo dal discutibile gusto di "stroncare", rinuncio alla tentazione gratuita di speculare su ció che ritengo brutto, indugiare in ció che ritengo offensivo (lo fa chi evidentemente ha bisogno dell'offesa per definirsi). Ciò che compio è un atto di gratitudine, non di astio.
  °  Cerco di parlare d'altro, di parlare dell'opera senza raccontare dell'opera. Trama e svolgimento fanno parte della relazione "intima" che un artista instaura con il suo pubblico, anticiparla (come pure decidono di fare molti produttori o editori sulle copertine) è una pungente mancanza di rispetto, non meno pungente per il fatto che ci siamo abituati. Il critico dovrebbe lasciare in pace il soggetto, tenerlo sullo sfondo, come gli sfondi di Leonardo, evocazione profonda ma misteriosa... che persino dovrebbe proteggerlo, custodirlo, sottintenderlo, eluderlo, come fa il sorriso della Gioconda, che é evidentemente la serratura di un segreto, ma che vale in sé la pena di guardare. Noi stiamo a guardare quella serratura nell'eterna convinzione che essa un giorno si schiuda da sé, ma se non lo fa é ok. Non si reclama ovviamente l'idea marziana che ogni studio critico sia un capolavoro. Ma una piú essenziale:
  °  Come critico non mi devo sentire dispensato dal primo dovere dell'artista, quello di parlare solo se ho qualcosa da dire
,  non semplicemente di dare un punto di vista unico, perché chiunque ne é portatore, ma un punto di vista Significativo. Cerco di spiegare perché parlo dell'opera, si, senza ansia di prestazioni ma sforzandomi di dire qualcosa che non é stato detto e che non é contenuto nell'opera, cercando di portare in un posto nuovo. Chi deruba un opera nelle sue parti, e lo fa per "mestiere", dovrebbe essere sanzionato molto peggio di quelli che scaricano da siti pirata un film per guardarselo
  °  Che infine non credo alla Critica con la C maiuscola, come mestiere in sè, anche se può essere utile o retribuita. Se la comunicazione artistica ha bisogno di intermediari evidentemente é cattiva comunicazione, a meno che non si tratti di traduttori o esperti che spieghino una lingua in disuso con parafrasi e note a margine. Bene che si scrivano glosse, perché no, un' opera integrata di commenti puó essere ancora piú significativa a seconda dei commenti. Nessun essere é universale, anche Shakespeare e Picasso sono individui la cui vita e il cui contesto hanno riflessi determinanti nell'opera e il conoscerli puó dare all'opera la sua perfetta cornice. Se il commentatore poi si chiama Virginia Wolf , Borges, Calvino...
Ma resta il principio che un opera dovrebbe essere autoesplicativa. So bene che un tale atteggiamento applicato in modo radicale penalizzerebbe anche parecchie cose di Montale, ma ne son convinto, se una riga di Montale scatena il fuoco nell'animo di qualcuno, questo fuoco gli dará la forza di scavare nel resto, anche laddove é piú ostico. Era lo stesso Montale che alla domanda che gli fecero "ma cosa rappresentano quei tre sciacalli nella poesia" rispose "rappresentano tre sciacalli". Vale per Montale, vale per John Lennon, vale per chi é nato prima che esistessero i telefonini e ora chiede al figlio cosa significhino LOL o TVTB. Intendo dire che quando non capiamo un messaggio quel codice non é per noi, l'opera sta parlando solo a un target. Se vogliamo essere di quel target ci sforzeremo e lo saremo. Se lo sforzo é eccessivo probabilmente anche l'utilitá del messaggio, la classicitá di quell'opera direbbero altri, ovvero il suo valore permanente e universale, scricchiola.
Insomma ben venga chi ci aiuta, ci dá rimandi, chi fa confronti o riflessioni ulteriori. Ma coloro, critici o insegnanti, che credono utile tramortire il fruitore di una poesia con chili e chili di scibile, opinioni, e soppalcare ogni statua con i drappeggi infiniti del proprio eloquio, poiché in realtá stanno soppalcando il Proprio ruolo di molestatori ufficiali NO! Le opere vivono e come tali vanno fatte respirare.

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