venerdì 8 marzo 2013

Trilogia della città di K.- Agota Kristof OVVERO dell'agghiacciante ticchettio dell'esistenza



Uno tra i libri piú potenti che abbia letto, uno dei piú importanti ai fini di questo blog suicida.
Per ricordarci che leggere puó essere un'esperienza estrema, e oltre a intrattenerci e istruirci ci puó sbattere in un angolo, sbarrare gli occhi con spilli, ficcarci nel cuore l'ineguagliabile agghiacciante ticchettio dell'esistenza umana.  
La Trilogia di Agota Kristof é un libro feroce, ipnotico, furbissimo, uno e trino, un romanzo in tre parti o tre romanzi che ingegnosamente ne fanno uno, che tre volte ci esplode tra le mani, e alla fine di noi rimane un essere tramortito, sporco e che puzza come l'umanitá intera. Ma nello stesso tempo ci rialziamo piú vivi e leggeri... Ed ecco perché parlo di Insostituibile leggerezza del leggere: perché questo, soprattutto, fa il veleno che ingeriamo leggendo, agisce d'antidoto. Ci rende piú forti, ci ferisce senza lasciare né cicatrici né croste di cinismo.
La trilogia rimane nelle viscere a lungo dopo che la si é letta. Difficile non chiedersi, nel tentativo di rinvenire e staccarsene un po', quale sia stata l'esperienza della scrittrice che ha dato vita ad un romanzo tanto perfetto e doloroso. Lei fuggí in Svizzera dall'Ungheria nel 56 mentre i carrarmati russi invadevano fottendosene che per la prima volta nella Storia le televisioni di tutto il mondo registrassero le profonde fratture di dissenso all' interno del mondo sovietico. Eppure qualcosa le fará dire, non avrei dovuto scappare: Due anni di galera in Urss erano probabilmente meglio di cinque anni di fabbrica in Svizzera. La trilogia tratta essenzialmente di questo, del confine tra ció che é e ciò che potrebbe essere.
Agota scrive in francese, lingua acquisita senza mai dominarla. Per questo anche é cosí importante per questo Blog, per la mia subdola propaganda da pusher di emozioni letterarie. Non perché sia un romanzo sorprendente, avvincente ed unico. Non solo. Non solo perché chiarisce quale sia il privilegio massimo del lettore, di passare in mezzo al dolore e uscirne arricchiti. Non solo. Ma soprattutto perché, questo romanzo scritto in una lingua, che fece dichiarare alla scrittrice di essere essenzialmente analfabeta, é una eccellente lezione di scrittura.  
Scrivere é una delle peggiori controindicazioni,...si, ok, eccone un'altra, avevo detto che non ce ne erano e invece siamo giá alla seconda controindicazione per chi contragga il vizio di leggere: il desiderio di scrivere. Non prende tutti, spesso resta dietro le quinte dei desideri sommersi, dei chissá se potrei, ma comunque c'é. Spesso, soprattutto nel nostro paese, la tentazione di scrivere cattura anche molte persone che non hanno mai avuto quella di leggere. In quel caso di solito l'editore esperto, se messo alle strette e atteso sotto casa, ha giá pronta una serie di scappatoie, una delle migliori pare che sia questa: ma lei come scrittore é sprecato, nel nostro paese per gente come lei, col talento incontaminato e nessuna intenzione di comprometterlo in noiosi confronti con la realtà , c'é un posto in politica.
Insomma in quel caso il vizio di scrivere passa in fretta, tanto é solo vana ambizione. Invece nel lettore accanito questa curiositá malsana tende a crescere, il lettore inizia a chiedersi cosa vorrebbe raccontare e come. E siccome ogni libro diventa anche un esempio ricco di sfumature, rimandi e idee, la vita si complica. Leggere aiuta a scrivere, si, ma come scappare di casa aiuta a farsi strada nella vita, non é mai una passeggiata.
Ecco quindi un libro che ogni aspirante scrittore dovrebbe leggere per chiarirsi le idee. Fino alla fine il libro é scarno ed essenziale nelle sue descrizioni, ma la prima parte in particolare, essendo un diario compilato da due bambini, con precisi limiti e regole, dona un metodo ed un esercizio, la cui efficacia e potenzialitá é dimostrata dal libro stesso.
La seconda e la terza parte non sono una semplice prosecuzione cronologica, ma ricreano lo sbigottimento del lettore con punti di vista ancora piú stranianti dei precedenti. Nei fatti ognuno dei tre libri é una trappola, anzi una successione di trappole. Ma le trappole della trama mostrano anche in limpida filigrana le trappole del mestiere di scrivere. E come già in Don Chisciotte, A quattro mani e in Una solitudine troppo rumorosa di nuovo si inscena la pericolosa osmosi tra letteratura e vita reale, uno dei leit motiv di questo blog.
Anche qui si mostra quel rapporto sempre piú sdruccievole tra realtá e realtá virtuale, che é il tema della storia Umana e sta diventando la causa probabile della sua fine. Ma anche la differenza sostanziale tra la natura salvifica della scrittura e quella soffocante di ogni altra realtá virtuale: sebbene in questo libro le si chiami in entrambi i casi Menzogne, la storia traccia un distinguo netto tra le menzogne letterarie e quelle di un giornale, tra quelle che un individuo usa per sopravvivere e quelle che un sistema usa per sottomettere.
Quello che mostra la trilogia della cittá di K é un mondo dove come in Kafka e in Sciascia il sistema senza volto schiaccia le vite umane con l'indifferenza di un piede che calpesti formiche. E anche rapportati tra loro gli individui, le formiche, oppongono un incapacitá di comunicare che rende la vita piú aberrante e malvagia di quanto potrebbe essere. L'amore darebbe un senso a tutto ma spesso l'amore viene schiacciato con il resto. Ma pure si mostra la rivincita, minima, infinitesimale, ma luccicante, liberatoria che ogni formica potrebbe opporre all'universo cieco: Scrivere un libro. Per quelle esistenze che sembrano chiamate solo a testare dolore e sacrificio, scrivere un libro puó essere un risicato riscatto contro la cieca violenza dell'oblio. E soprattutto avere qualcuno a cui scriverlo. Chi scrive i quaderni che compongono quest'opera, lo fa per qualcuno in particolare, ha in mente un suo lettore, sembra confermare una regola che la maggior parte degli scrittori Calvino a Vonnegut, considerano primaria per non disperdere la propria linfa, quella di avere qualcuno a cui scrivere, ma qui acquista una chiave esistenziale prima che letteraria, quella di avere qualcuno da amare.

Citazioni:
Uno di noi fa il cieco, l'altro fa il sordo. Per allenarsi all'inizio ilcieco si lega un fazzoletto nero di nonna davanti agli occhi, il sordo si tappa le orecchie con l'erba. Il fazzoletto puzza come Nonna
Certe vite sono piú tristi del piú triste dei libri.
Ogni uomo é nato per scrivere un libro e nient'altro

mercoledì 6 marzo 2013

A quattro mani - Paco IgnacioTaibo II OVVERO della Muffa e del Mistero


Questo libro 20 anni fa mi risveglió. Il piacere di leggere, persino quello, conosce momenti di sedimentazione, sopravviene un torpore cosí lieve che non lo senti, leggere diventa uno degli elementi della vita e quasi scordi quegli altri momenti in cui é stato il Piacere, in cui é stato il Conoscere, il Viaggio, fluttuando sul mondo e dentro se stessi, la Medicina contro meschinitá, banalitá, impazienza e insomma l'unica Droga che non avesse controindicazioni.
È stato per me il Re dei libri, tanto vale ammetterlo, perchè sarebbe altrimenti molto faticoso recensirlo senza che si indovini, anche solo guardando queste righe, una strana dilatazione delle mie pupille. Poi per fortuna questa monarchia illuminata é tornata ad essere piú varia.
Chi legge molto puó avere qualche problema che trascende l'uso degli occhiali... é giusto ammettere anche le controindicazioni di questa Droga, e in perfetta contraddizione con me stesso ora dichiaro che Ogni vizio invasivo ne ha almeno una: La lettura, intensiva e continuata, tende a sviluppare una patina candida di quella che il lettore adolescente crede già saggezza. Questa "saggezza", soprattutto nella sua fase di formazione, come la muffa, può essere sgradevole. Per sé e per gli altri. Quando é folta é una barba bianca ma all'inizio é verdognola peluria. Puó in definitiva risultare che per bere una birra gli amici chiamino qualcun'altro. Perché tu non ti stupisci mai come vorrebbero, non ti alteri mai come dovresti, non schiumi mai per qualche squadra del cuore. Anche piú tardi, questa aspirazione alla saggezza é come neve o come la lunghissima barba di Merlino, per quanto pura e bella l'istinto é di calpestarla.
Insomma se hai ormai abbandonato i libri di pura avventura, esaurito la sofisticata leggerezza di Agata Christie, e hai la fortuna di non esserti incagliato definitivamente in Hermann Hesse o in Coelho o Kundera, sei riuscito ad abbandonare l'adamantina Yourcenar soltanto rifugiandoti in Borges e da quest'ultimo hai ereditato l'inesauribile ricchezza della letteratura inglese, in cui ti muovi come un Adamo single nel paradiso ritrovato dei Classici, pure c'é qualcosa che inizia a mancarti. Ma non sai dargli un nome. Provi a perderti in Cent'anni di solitudine, che in effetti coi suoi profumati effluvi ti restituisce un po' di calore, ma poi la granparte della letteratura sudamericana ti sembra un continuo omaggio a Marquez. La lussureggiante intelligenza di Nabokov ti ristora ma sei sempre piú scollato dalla vita condivisa. Insomma il tuo slancio si affievolisce in... saggezza. Certo Eva ti dava casini a non finire ma questi casini per quanto strano dovevano essere parte integrante della vita.
Ed ecco arrivare un libro come "A quattro Mani". Mi spettinó dalla prima pagina, dopo poco mi aveva disarcionato. Furono risate, indignazione, commozione. Se leggere sta affievolendo l'intensitá della tua giá non esaltante esistenza, allora stai sbagliando letture. Mi si é risvegliata la passione. 
Ho dichiarato che non amo anticipare niente di ciò che consiglio, e ciò risulta davvero duro con questo libro, perchè il genio dell'invenzione si scatena con troppa dovizia per glissare la tentazione di dimostrarlo. LE avventure dei due giornalisti d'inchiesta, le Tesi di laurea sovversive e quindi rifiutate di Elena Jordan, lo Shit Department, all'interno di questo romanzo c'é il materiale di 5 ottimi romanzi, magistralmente assemblato in uno... Parliamo d'altro.
Paco Ignacio Taibo II . Segundo, Poichè suo padre, aveva lo stesso nome e lo stesso mestiere. Era un ottimo romanziere (pallide bandiere), e probabilmente un padre felice, se essere oscurati dalla fama del figlio non è frustrante come il contrario. PIT II nasce a Gijon in Spagna , il padre decide di trasferirsi in Messico fuggendo il franchismo, quando lui ha quattro anni. Da allora ha esercitato le attività di insegnante di storia contemporanea presso l'università di Città del Messico , sindacalista e attivista politico , storico e romanziere e saggista , con una produzione ormai di una sessantina di libri. Dichiarava che voleva scriverne uno più del padre... Chi lo conosce lo definisce un mistero. Il mistero, al contrario di ciò che accade abitualmente quando si considera misterioso qualcuno, non è nella sua personalità, nel suo pensiero, nella sua vita, tutto molto estroverso limpido, pubblico. Ma anche sí, troppo estroverso, limpido, publico per un tanto acuto e prolifico scrittore , ovvero uno che mentre vive sta giá annotando, scrivendo, cancellando, calibrando aggettivi e sinonimi, tracciando collegamenti, archiviando. Uno che mentre vive, per deformazione professionale, già rivive, normalmente necessita di tempo, silenzio e osservazione, perchè la realtà è l'unica vera fucina della fantasia (chi disse ..."Ma Balzac dove ha incontrato tutte quelle persone?"?).  
L'ho incontrato in almeno 4 conferenze: L'ultima volta a Milano, facoltá di scienze politiche parló agli studenti dell'Onda studentesca, della sala che Leonardo DaVinci dipinse nel castello Sforzesco a un paio di km da lí (ovviamente nessuno ne sapeva niente): per una volta che il committente gli aveva dato carta bianca sul soggetto, Leonardo, anziché riprodurre madonne o battaglie, sceglie di dipingere ...un Bosco! cosa ci stava dicendo Leonardo? Paco Ignacio sembra conoscere la risposta che  né le guide del castello nè i critici  hanno mai saputo dare: "Leonardo ci dice che il cielo é la terra, che il paradiso é questo, proprio come voi studenti state dicendo a Politici che non hanno mai comprato il pane che la politica é in queste aule, é la scuola, siete voi, non il loro intoccabile sistema autoreferenziale".
Ecco Paco, un fiume di cultura, provocazioni e battute. Eppure nel frattempo quel piccoletto diabolico baffone sta anche osservando. Mentre abbindola il pubblico con le sue innumerevoli storie, con le sue sconcertanti risposte, con la sua fluviale fantasia, con la sua cultura spiazzante, pure osserva , il piccoletto. Mentre scrive quattro o cinque libri contemporaneamente, viaggia , fà conferenze, organizza festival del Noir in spagna, fuma sette od otto sigarette messicane (all'ora), e beve un paio di lattine di CocaCola (all'ora), che egli non considera degli stendardi yankee, o "sangue di vietnamita", come vuole la cultura hippie degli anni 70, bensì le bombe a mano che lui e gli altri dimostranti gettavano alla polizia durante lo sciopero della fabbrica di CocaCola anni addietro. Questo dunque il mistero, un uomo che afferma che dallo scrivere si riposa scrivendo. E il motivo per cui entra di diritto in questa carrellata di romanzi é proprio il f atto che é un'autore imporante per chi voglia scrivere. In molti dei suoi romanzi, forse soprattutto nella "bicicletta di Leonardo" e in "La Vida Misma", ma anche in questo, Paco é molto generoso col lettore ma anche con chi voglia scoprire come funziona il misterioso cilindro dello scrittore.
Ecco il mistero e tutto questo lo troviamo nel piú mirabolante di suoi romanzi A Quattro Mani, ottimamente tradotto da Pino Cacucci. Il titolo é puramente pretestuoso, perché avrebbe dovuto scriverlo con un amico ma non se ne fece nulla. Eppure fosse un pianista Paco sembrerebbe suonare con 4 o forse 6 mani. Siamo alle prese con un libro tremendo, di un'intelligenza sovversiva che stringe il cuore, ma divertentissimo, straniante ma iperreale, con una frammentarietà di giochi e tributi e ritmi che fanno in letteratura un po' ciò che i ManoNegra hanno fatto in musica e Tarantino nel cinema. Non sono tutti al livello di questo, forse "La Bicicletta di Leonardo" e "Ritornano le ombre", forse nessuno. LEtti dopo questo alcuni sono semplicemente dei deludenti ottimi romanzi, alcuni sono mattoni di serissima storia ad esempio la più nota biografia di Che Guevara " Senza perdere la tenerezza" . I piú famosi sono gli ottimi noir della serie di Hector Belascoran Shayne, il detective del DF(districto federal come chiamano laggiú Ciudad del Mexico) che ha reso questo scrittore una celebrità tenendo per le ghiandole publico e critica, dandogli fama di "creatore del nuovo noir latinoamericano", portavoce di una letteratura che si contrappone al realismo magico di Marquez, in cui la magia sembra sempre pervadere la realtá. Paco, sottile indagatore del rapporto tra realtá e finzione, tra vita e scrittura ( si veda il suo romanzo "Come La vita "-"La vida misma") mostra un mondo in cui la realtà assomiglia sempre più ad un romanzo senza bisogno di ripassarne con l'evidenziatore i colori, senza trucchi, egli snocciola storie crude, storie urbane della piú folle cittá del pianeta, con la fila di limousine di autisti armati fino ai denti fuori dalle discoteche, storie in cui l'unica magia é la battaglia, l'ironia, la tenacia dei cuori o dove per dirla con Dalla: "ecco il mistero, sotto un cielo di ferro e di gesso, l'uomo riesce ad amare lo stesso, e ama davvero".

martedì 5 marzo 2013

Una solitudine troppo rumorosa - Bohumil Hrabal OVVERO della spremuta di sangue e inchiostro

Forse il libro piú geniale, grondante e poetico di uno scrittore che grondava genio e poesia in ogni sua opera. Un uomo che come Bukowsky fece mille mestieri e bevve migliaia di litri di birra. Come per CharlesBukosky la sua opera compone una specie di All lifelong gallery. Ma a differenza di Bukowsky, Hrabal si lasció travolgere dal vortice della vita, senza sviluppare quell'occhio micidiale e cinico, quel lucido vetro antiproiettile che Chinasky sviluppò per difesa, ma imparando a vorticare nel mutevole struggente caleidoscopio dell'esistenza registrandone l'esperienza con un'efficacia unica, il cui rimando piú immediato a mio avviso sono i film di Kusturica.

Questo libro, come Don Chisciotte parla di un uomo che si è fatto di libri, nel senso più tossico del termine.
Il suo farsi di libri non è peró l'hobby di un hidalgo, ma è il lavoro di un operaio al macero della carta. Comunque sono entrambe, all'epoca delle rispettive ambientazioni, due classi in estinzione. L'operaio in questione poi è in un pericolo immediato e reale, manovratore di una pressa sorpassata, una volta al giorno dal cielo stretto di scantinato gli piovono addosso libri, a centinaia, e stampe e cartoni e gli insulti e le minaccie del suo capo.
Scelgo questo libro proprio perché porta un passo più avanti la riflessione sul rapporto tra narrativa e vita reale giá affrontato con Don Chisciotte. Hrabal sembra indicare, come la seconda parte del DonChisciotte, che anche se molte cose nella vita non possiamo sceglierle, l'immaginazione ci permette di scegliere come guardare alla vita.
Questo libro accorda una sintesi sublime tra contenuti, scrittura, movente e messaggio, esso è cioè un intreccio di autobiografia, realismo brulicante e marcescente (se qualcuno crede di aver mai letto il Pulp assaggi questo...), sogno, visione, e metafora , metafora di una vita e della Vita. Un altro libro preziosissimo, che mostra i fuochi d'artificio delle piccole cose, ma adatto a lettori che non hanno paura di perdersi nelle sabbie mobili della realtá. Esso é infatti scritto con uno stile intriso della stessa sostanza dei sogni, che porta lo stream of consciousness ad un nuovo livello di prensilitá, un allucinazione che talvolta è più reale e circostanziata della realtà, ovvero muovendosi nei sogni non descritti quando si è ormai svegli ma in presa diretta, alla Borroughs ma privo dell'irritante snobismo onirico di borroughs, non ermetico anzi compagnone... uno stato ebbro, dovuto ad una sensibilità acutissima, violentata dalla ricchezza insostenibile dei libri e che usa come liquido di raffredamento e integratore di ottani, scusate la metafora motoristica, la birra, fiumi di birra. Il tutto in una Praga che brucia di magia e amarcord...
Nella Praga che fu di Kafka, che Kafka ha sovraccaricato dell'atmosfera irrisolvibile degli incubi ripetuti, perché rappresentano un quotidiano incombente labirinto, Hrabal, non meno travolto dalla vita, resuscita sogno e immaginazione, allarga in maniera esponenziale la gamma delle emozioni, accoglie i lampi di ironia e ridicolo e di struggente passione, ogni ingrediente che rende la vita un' assurdo teatro, come Kafka pativa, ma pure degna di essere vissuta, urlata, mangiata, bevuta.

sabato 2 marzo 2013

Don Chisciotte - Miguel De Cervantes OVVERO della Realtá Virtuale



Un opera senza fine, considerato il primo romanzo moderno, ma che a tutt'oggi resta un romanzo tra i più moderni.
Un linguaggio ricco ma leggero che si smarca dalla produzione edulcorata ed ampollosa dei suoi tempi. Idee potentissime che si stagliano nel cieo come razzi di segnalazione. Soprattutto, e per questo lo scegliamo tra i primi di questo viaggio letterario, il primo che tratta diffusamente l'abuso della realtá Virtuale, che é ció che distingue l'uomo dal resto del pianeta ed é pure ció che sta con strisciante inconsapevolezza fottendoci alla grande.
Ho già spiegato perché racconto il meno possibile dell'opera ma devo pur spiegare perché essa é tanto importante. Don Chisciotte perde il senno per i troppi romanzi d'amore e d'avventura infarciti dell'ars romantico-cavalleresca che imperversava nella spagna dell'epoca, addirittura si creó il fenomeno dei "lettori impazziti"... Sul giornale di ieri dei bambini sono impazziti per troppi videogiochi identificandosi con personaggi fatti di pixel... Alienazione...
É (giustamente) vietato telefonare per avvertire casa di buttare la pasta se si sta guidando. È altrettanto sconsigliabile per quanto non vietato andare fuori da un liceo in primavera e con cappotto e lingua di fuori guardare le ragazzine seminude, nessuno tocchi i nostri figli! È frequente poi digrignare i denti al lavavetri insistente al semaforo, nessuno tocchi la nostra auto! Ma poi placidi come plancton cinque donne nude grandi come un condominio ci ipnotizzano, vorremmo essere kingkong per testare quel condominio in tutti i suoi orifizi. Si, perché un tale D&G e altri come lui possono cercare di convincenrci della necessitá di comprare un jeans o almeno iscriverci ad un orgia di adolescenti proprio mentre ci districhiamo con l'auto nel bel mezzo del piú trafficato punto della cittá. NESSUNO TOCCHI LA RECLAM! Pubblicità enormi come balene ci masticano lungo le vie delle nostre cittá e se non ci risputano all'ospedale, o a vomitare insulti compilando una constatazione amichevole, ci ritroviamo rintontiti sulle nostre tavole a considerare meschine le rughe di nostra moglie, e quindi innervositi cerchiamo di comunicare con quell'ectoplasma di nostro figlio, ma c'é qualcosa di misteriosamente potente ficcato dentro il suo telefonino che pare aver catturato per sempre il suo senno e non avere alcuna intenzione di restituirlo. Credendoci furiosi proviamo a levargli il telefonino ma é solo allora che conosceremo davvero il significato di "furia", nostro figlio sputa fuoco e ha il colore di un fegato cirrotico, persino nostra moglie ci insulta,...Come ci siamo arrivati?
Il tema dell'apparenza, delle percezioni, non è ovviamente nuovo, Platone col mito della grotta ne dà una metafora esemplare e compiuta, e secondo me il cavallo di Troia é un moderno esempio di pubblicitá. Ma é l'uso che ne fa il potere, qualunque potere, che diventa antropologicamente piú significativo.
Le invenzioni geniali di Cervantes, questo scrittore dalla vita turbolenta, nascono in un epoca cruciale, il XVII secolo, un epoca che aveva molta dimestichezza con gli specchi, gli effetti e i giochi dell'apparenza. Il cattolicesimo controriformista e barocco é agguerittissimo in tal senso, facendo un uso ridondante del culto dell'immagine. Spesso c'è il genio a conferire a questo culto dei riflessi ulteriori: nell'incredibile quadro "las Meninas" Velasquez dipinge accanto alle figlie del Re uno specchio in cui si riflettono le altezze Reali sul lato opposto della stanza, ma dove dovrebbe a rigor di logica riflettersi il pittore stesso. Esso crea chissá quanto consapevolmente la tremenda metafora del Potere che parla con la voce del genio. Bernini allestisce un opera in cui simula il diluvio, allagando quasi il teatro e fermando l'acqua appena in tempo, proprio davanti al pubblico con un pannello di vetro. Caravaggio dipinge gli oggetti riprendendoli in uno specchio per anticiparne il reale senso di straniamento. l'Amleto di Shakespeare inscena uno spettacolo di fronte al re, assassino del padre, dove questi vede la replica del suo stesso crimine, un opera dentro l'opera dentro l'opera.
Fuori dal genio il barocco si limita a ridondanza, cacofonica tautologia del potere, con le sue minuziose escrescenze descrittive che non lasciano niente all'immaginazione, all'intuito, alla voce interiore, proprio come fanno la piú moderna realtá virtuale, la piú chiassosa arte hollywoodiana o la pornografia. In tanta produzione di immagini il cattolicesimo barocco sta bene attento a non lasciarsi scappare fotogrammi di veritá, opponendo la santa inquisizione al cannocchiale di Galileo. non erano tempi facili ma naturalmente il peggio doveva ancora mostrarsi: i totalitarismi hanno fatto dell'uso della realtá virtuale quasi una scienza esatta, comunque invasata, chiamata propaganda. Quelli mascherati da democrazia ne hanno fatto un gas piacevole e mefitico, chiamato con leggerezza (insostenibile) RECLAM... Un noto Richelieu de no'artri li chiama sobriamente consigli per gli acquisti... bleah, torniamo al genio.
Quello che Cervantes denuncia é un sistema di valori e convenzioni finito o mai davvero esistito, declamato, inseguito ma irreale e in definitiva inutile, un sistema di corti e cortesie, tornei, amori e grandi gesta in un mondo dove imperversava crudeltá, abuso ed ignoranza, dove il peggior drago era la meschinitá della vita stessa. Miguel conosceva molto bene le crudeltá del suo tempo, conobbe la guerra partecipando niente meno che alla battaglia di Lepanto, conobbe la galera, come quasi ogni genio conobbe l'incomprensione e la solitudine, non ebbe mai il meritato successo, morí in povertá e insomma come ogni grande umorista conobbe il fiele amaro dell'esistenza. Le sue invenzioni sono superbe, eterne, massimamente quella, all'inizio del secondo romanzo, dove troviamo i due eroi a leggere le loro stesse avventure e convincersi a continuare, per fedeltà al sogno, a vivere avventure...cosí l'ambivalenza giá presente nella prima parte in cui due opposti, Don Chisciotte e Sancho Panza, restano inestricabilmente uniti nella stessa avventura, continua e si replica. E come in specchi opposti si duplica anche il senso di straniamento creato nella prima parte dalla follia dell'eroe, mostrando come questa follia sia in filigrana pervasa di consapevolezza, come un dormiveglia, una follia per scelta, come quella di Amleto. LA follia di preferire una realtá incantata a quella misera dei poveri di spirito. Se da una parte denunciava la cattiva letteratura infarcita di valori di corte, difendeva infine il sublime diritto all'incanto della buona letteratura, quell'incanto senza il quale avrebbe detto Stevenson, non c'é piú nulla che valga la pena.
Si chiama classica un opera la cui voce non sdilinque nel tempo, anche se il suo messaggio acquista nuovi risvolti col mutare delle epoche. Il messaggio prezioso di Cervantes si é arricchito nei secoli di una nuova lezione,  mostrandoci una differenza fondamentale tra la scrittura, madre di ogni realtá virtuale ed ognuna delle sue seguenti proliferazioni, ne parliamo diffusamente ne "l'insostituibile leggerezza del leggere", laddove la scrittura sviluppa l'immaginazione mentre le altre forme tendono a dissanguarla. Infarciscono di immagini la mente, si, ma uccidono la capacitá di creare ed elaborare nuove immagini, quindi la capacitá di modellare il futuro, lasciandoci passivamente a subirlo, subdolamente simile al passato. Infatti i bambini sono sempre piú affeti da ebetismo (o dovremmo dire buffering?) o da violenza e depressioni, allergie, ancor peggio gli adulti hanno perso la capicitá di interagire con le loro energie naturali e prescrivono psicofarmaci come prima elargivano sculaccioni... mentre il nostro macilento eroe sul suo scarno destriero brucia di un fuoco interiore, un coraggio insonne che lo staglia nitido e invincibile contro il passare dei secoli.
La lettura é omeopatia contro un esistenza che va rarefacendosi, é l'antidoto contro un esistenza sempre piú ologrammatica, insegna a discernere la realtá dallo specchio